PARMA ELDALAMBERON 22: UNA SVOLTA EPOCALE… TUTTA FRA LE RIGHE !

La lunga storia dello studio delle lingue elfiche ideate da J.R.R.Tolkien si caratterizza forse più per la ricerca di quelle risposte che l’autore non ci ha potuto dare in proposito che non per i dubbi, presto risolvibili, circa i pochi dati certi di cui si è invece a conoscenza.

Nel caso dell’Alto Elfico (o Quenya), che è forse il più amato fra i linguaggi fittizi del grande autore nonché quello che prenderemo in esame, il titanico sforzo di linguisti e appassionati di diversa provenienza e preparazione di radunare ogni più ameno briciolo di informazione su grammatica, lessico ed esempi concreti di uso (frasi, poesie…) si è tradotto nel tempo nella disponibilità di un vocabolario di quasi cinquemila voci e di vari sunti o compendi grammaticali che a fatica riescono a presentarne la struttura generale.

Come tali documenti attestano, non v’è ormai alcun dubbio circa il fatto che aggiungendo un ‘nai’ ad un verbo coniugato all’indicativo futuro come ‘hiruvalyë’ (‘tu troverai’) si ottenga una cosiddetta formula “del desiderio”: ‘nai hiruvalyë !’ significa infatti ‘possa tu trovare !’.

Eppure, prendendo come esempio il verbo in oggetto, nessuno ha mai saputo dire esattamente come e addirittura se fosse possibile in Quenya esprimere la formula ‘tu troveresti’ (che nella nostra lingua corrisponde al condizionale presente).

Inutile dire che le fatiche tanto di amatori quanto di ricercatori professionisti, in moltissimi casi (e forse nella maggior parte di essi) volte a fare luce su quesiti irrisolti come questo, hanno quasi sempre dovuto le loro speranze di successo alla pubblicazione di materiale linguistico d’autore ancora inedito a mezzo delle note riviste americane Vinyar Tengwar e Parma Eldalamberon.

Tre quarti dei lemmi presenti negli odierni dizionari di Quenya disponibili on-line sono nientemeno che citazioni dei giornali stessi.

Ma quali risposte vorrebbe un appassionato di lingua Quenya oggigiorno trovare nelle numerose copie di carteggi nati dalla penna di Tolkien che essi contengono ?

Si parte innanzitutto da lacune nella semplice struttura del linguaggio, che consta un po’ come il Latino di una declinazione (o flessione del nome) e di una coniugazione (o flessione del verbo), oltre che delle restanti parti del discorso comuni ad ogni altro codice comunicativo.

Se da una parte i dati riguardanti la prima possono dirsi relativamente esaustivi e soprattutto – fatto non trascurabile quando si parla di Tolkien – definitivi, ciò che sappiamo sulla coniugazione è non solo controverso e ambiguo, ma palesemente incompleto.

A monte di tutto ciò va innanzitutto ricordato che la concezione che Tolkien ebbe dell’intero linguaggio denominato Quenya cambiò più volte nel corso della sua vita: sia Vinyar Tengwar che Parma Eldalamberon offrono un vasto panorama di analisi dell’evoluzione di tale concezione, dandoci scorci che vanno dalle primissime fasi, in cui il nome stesso del linguaggio appariva come ‘Qenya’ e non ‘Quenya’ (pur pronunciandosi alla stessa maniera), fino al periodo in cui stralci di un ormai maturo Quenya entravano a far parte del celebre romanzo Il Signore degli Anelli, e anche oltre.

Paradossale sarebbe, sebbene quantomai opportuno, tenere conto del fatto che dello stadio evolutivo noto come Qenya si conosce praticamente tutto ciò che non si conosce invece del Quenya: le due riviste ci rivelano infatti che l’autore ne tracciò almeno uno schema di flessione sia nominale che verbale e che questo schema era completo in ogni sua parte.

La causa di tutte le incertezze è dunque da ricercare proprio nel successivo rimaneggiamento da parte di Tolkien della sua formula linguistica fittizia, rimaneggiamento che condusse a renderla più idonea e più affine al suo personale gusto estetico, trasformandola lentamente nel Quenya della splendida poesia Namárië (Il Signore degli Anelli, libro secondo, capitolo VIII: Addio a Lórien).

Della coniugazione di tale Quenya ci sono fin da sempre state note solamente le parti più “elementari”, presentate in modo assai succinto nel numero 17 di Parma Eldalamberon (nonostante di ognuna di esse presa singolarmente si possa trovare traccia anche altrove).

I modi verbali conosciuti sono l’indicativo, l’imperativo, il gerundio (o infinito) ed il participio. La maggior parte di questi possiede naturalmente dei tempi grammaticali, ma il numero di quelli attestati è stato finora limitato e sicuramente insufficiente a creare una piena corrispondenza con quelli presenti in lingue come l’Inglese o l’Italiano, o persino il Latino (lingua forse più affine di queste al Quenya).

Lo studioso medio di grammatica Quenya può per esempio giungere a familiarizzare, apprendendo dai corsi attualmente disponibili in rete, con il fatto che l’indicativo comprenda i tempi aoristo (o tempo indeterminato), presente continuativo, passato (o aoristo passato), perfetto e futuro.

E tuttavia, già all’atto di istituire, anche a soli fini di comprensione, un’analogia fra questi tempi ed i tempi verbali dell’indicativo della nostra lingua diviene palese che non è possibile esprimere con essi tutto ciò che invece si può formulare in Italiano: essi infatti corrisponderebbero rispettivamente al presente, alla forma progressiva dello stesso, all’imperfetto o al passato remoto (il passato Quenya corrisponde invero a entrambi), al passato prossimo e al futuro.

Si avrebbe quindi per esempio, nel caso del verbo henta, ossia “esaminare, leggere (non ad alta voce)”, il seguente paradigma (considerando la sola voce impersonale singolare del verbo, che corrisponde ad una terza persona generica):

Henta = (Egli/Ella) legge (di solito)(Aoristo);

Hentëa = Sta leggendo, legge (ora)(Presente continuativo);

Hentanë = Leggeva/Lesse (Passato);

Ehentanië = Ha letto (Perfetto);

Hentuva = Leggerà (Futuro).

Inequivocabile pertanto risulta la mancanza di tempi o costrutti adeguati ad esprimere formule abbastanza comuni come “aveva letto” (trapassato prossimo del verbo leggere) o “avrà letto” (futuro anteriore).

Questo, restando nel mero ambito dei tempi dell’indicativo, poiché a volerne esulare ci si potrebbe infatti porre un mucchio di altri interrogativi: per esempio, come si possa in Quenya esprimere il concetto di condizionale e se è possibile farlo.

Nell’ambito del prematuro Qenya il modo participio gioca un ruolo chiave proprio nella costruzione dei “compound tenses” (ossia “tempi composti”) e i dati che lo riguardano avrebbero potuto ben essere ritenuti un promettente indizio, se non fosse stato per il fatto che finora non vi era nulla che vi corrispondesse in Quenya.

Il Qenya usa il cosiddetto “participio perfetto” del verbo per formarne, mediante l’abbinamento al verbo essere, i tempi piuccheperfetto (corrispondente al nostro trapassato prossimo o remoto) e futuro perfetto (corrispondente al futuro anteriore).

Es.: Tulien(d-) = Che è venuto (Ingl. “Having come”);

E = (Egli/Ella) è;

E tulien / Tuliende = (Egli/Ella) è venuto/-a (Ingl. “He/She is having come”);

Ie = (Egli/Ella) era;

Tuliendie = (Egli/Ella) era venuto/-a (Ingl. “He/She was having come”);

Va = (Egli/Ella) sarà;

Va tulien / Tulienwa = (Egli/Ella) sarà venuto/-a (Ingl. “He/She will be having come”).

Questi tempi in Quenya non erano finora attestati, né certezza alcuna vi era sul fatto che facessero parte della sua coniugazione.

Rimarchevoli di certo, e forse un indizio dell’esistenza in essa di forme composte similari, erano sporadiche note sul participio Quenya, come quella riportata dal sedicesimo numero di Parma Eldalamberon in cui si parla di un “participio passato attivo” (“active past participle”) tulilya/tulíla, non a caso traente origine dallo stesso verbo, ossia “venire”.

Ma, come di consueto, esse non erano da considerarsi definitive, essendo di molto antecedenti al periodo di scrittura de Il Signore degli Anelli, nel quale il Quenya di Namárië fu concepito.

Più significativa e sicuramente indice del fatto che nelle lingue Elfiche in generale il participio passato attivo giocasse un ruolo non trascurabile era invece la parola Sindarin tíriel, tradotta da Tolkien stesso come “avente osservato” (“having watched”) e attestata nel numero 17 di Parma Eldalamberon, numero in cui vengono riportate delle liste di glosse composte da Tolkien “qualche tempo dopo la pubblicazione de Il Signore degli Anelli[1], come specifica la prefazione.

Il Sindarin (o Grigio Elfico), lapalissiano a dirsi, non è il Quenya, ed è dunque fuor di dubbio che possa realizzare costrutti grammaticali diversi da quelli interni a quest’ultimo.

D’altra parte il vernacolo dei Mithrim, o Elfi Grigi, condivide l’origine di parte della propria morfologia nientemeno che con il Quenya, essendo entrambe le lingue nate da un linguaggio comune parlato da tutti i Quendi (gli Elfi, o Priminati, generalmente intesi): il Quendiano Primitivo (di cui non mancano le attestazioni d’autore, segno che la meticolosità di Tolkien nel ricostruire una verosimiglianza “genealogica” linguistica era tutt’altro che settoriale, estendendosi a tutte le sue creazioni).

Ciò ha reso fino ad oggi alquanto interessante la presenza in Sindarin di una parola come tíriel, esponendo al forte dubbio che un analogo participio si celasse fra le informazioni ancora in ombra sul Quenya.

Prima di rivelare se coloro che “dubitavano” avessero o meno ragione di farlo ci soffermeremo però su un’altra questione del Quenya da lungo tempo oscura: l’espressione del modo condizionale, o quantomeno di dubbio, eventualità o desiderio mediante l’uso del verbo.

In molti, fra scrittori di piccoli compendi di regole grammaticali e studiosi di fama internazionale, hanno tratto praticamente dal nulla – poiché nulla è ciò su cui ci si poteva basare in questo caso – ipotesi su come possa suonare in Quenya una proposizione condizionale: “Se tu venissi, io verrei” o “Se tu fossi venuto, allora sarei venuto anch’io” et similia.

Tanto semplice a dirsi quanto impossibile a rintracciarsi nel corpus di passaggi in Quenya conosciuti.

Ciò che finora più si avvicinava a un suggerimento in materia datoci direttamente dall’autore del linguaggio consisteva in uno stralcio facente parte di un saggio sulla negazione in Quenya contenuto nel numero 42 di Vinyar Tengwar, basato su appunti scritti da Tolkien probabilmente subito dopo la pubblicazione della sua trilogia.

Da esso ricaviamo la preziosa delucidazione su come l’incertezza nell’offrire un consiglio vada espressa in Quenya non come in Inglese, e a corredare la dritta vi sono un paio di esempi:

a) Lá karitas, navin, alasaila ná = Non farlo sarebbe – io credo – poco saggio (Ingl. “Not doing this

would be – I think – unwise”)

b) Lá karitas alasaila ké nauva = Non farlo potrebbe essere/rivelarsi poco saggio (Ingl. “Not doing

this may be/prove unwise”)

Laddove quindi lingue come l’Inglese o l’Italiano userebbero il condizionale per indicare che l’interlocutore non è pienamente sicuro di ciò che suggerisce, sappiamo che in Quenya, secondo la visione che Tolkien ne aveva, si sarebbe invece fatto uso di un’espressione intercalante come ‘navin’ (‘io penso, giudico, ritengo’) senza mutamenti sul piano paradigmatico.

In alternativa, la particella , significante ‘forse, supponendo’, poteva introdurre il verbo esprimente dubbio (si noti che, proprio nel caso in cui l’espressione di incertezza poggia tutta su tale verbo esso si trova coniugato al tempo futuro: il solo ‘nauva’ significa infatti ‘sarà’).

Ancora una volta il prematuro Qenya giungeva, fino a questo momento, a “condire” il tutto di labili suggerimenti circa il fatto che potesse essere quanto di più simile ad una particella formatrice del condizionale esistesse in Quenya: il Qenya utilizza infatti la particella ki per formare proprio il condizionale, e la somiglianza fra le due farebbe riflettere anche gli osservatori meno esperti.

Ma, ahimè, il Qenya non è il Quenya, e ciò ha finora troncato la conclusione di ogni possibile inferenza prima che potesse divenire tale.

Ebbene, sembra dunque che l’era delle ipotesi lasciate (per forza di cose) a mezzo stia ora per giungere ad una quanto mai inaspettata ma piacevole fine: tutto questo grazie all’uscita dell’ultimo numero – il ventiduesimo – nientemeno che di Parma Eldalamberon.

Sfogliandone il contenuto lo si scopre infatti essere suddiviso in tre grandi “sezioni” principali,

due delle quali risultano illuminanti di per sé solo dal titolo.

Il (lungo) capitolo denominato “Quendian & Common Eldarin Verbal Structure” (“Struttura Verbale del Quendiano e dell’Eldarin Comune”) ricopre quasi tutta la lunghezza del ventiduesimo fascicolo, illustrandoci con dovizia di particolari la coniugazione di un verbo nel contesto di un Elfico più “antico”, l’Eldarin Comune, nella sua diacronia (partendo dallo stadio evolutivo in cui l’Eldarin Comune era ancora il Quendiano Primitivo, di cui già si è fatta menzione in questa sede).

Un documento certo di ammirevole fattura, dal momento che fu scritto interamente da Tolkien nel corso di una decina dei quindici anni precedenti alla pubblicazione de Il Signore degli Anelli, ma qualcosa di più che semplicemente questo se ci si ricorda di un semplice dato di fatto della storia interna dei linguaggi degli Elfi per come stilata dall’autore: l’Eldarin Comune è lo stadio evolutivo della parlata degli Eldar (o Elfi Alti) che precede immediatamente il Quenya, costituendo l’archetipo del Quenya stesso, nonché la fonte più diretta e completa di ogni singola parte della sua morfologia.

Le implicazioni di questo legame sono assai vaste: avere in mano una grammatica di Eldarin Comune ci rende più vicini a conoscere l’intera grammatica Quenya di quanto lo siamo mai stati a partire dall’epoca di pubblicazione del romanzo che ce lo ha fatto scoprire e amare.

Se ciò in sé e per sé significa già moltissimo per ogni studioso della favella degli Eldar, come non riconoscere un segno di svolta definitiva nell’altro importante capitolo di questo numero della rivista, paradossalmente il più succinto e più simile in verità a un’appendice del primo: “Late Notes on Verb Structure” (“Annotazioni Tarde sulla Struttura del Verbo”), basato su appunti scritti da Tolkien fra il ’69 e il ’70, ben cinque anni dopo l’uscita del libro che lo ha reso celebre in tutto il mondo, ci offre infatti uno schema completo della coniugazione del Quenya maturo, lo stesso Quenya mediante il quale i versi di Namárië furono composti.

Il verbo esemplificato questa volta è kare, ossia “fare, creare”, ed il paradigma, basato talora sulla coniugazione della prima persona singolare (segnalata dalla desinenza pronominale –nye, di cui una forma abbreviata si presenta come –n), comprende in sé quasi tutti i modi conosciuti del Quenya (manca l’imperativo che, come noto, si forma però semplicemente anteponendo una particella vocativa all’aoristo verbale).

Le informazioni ricavabili dallo schema, che sfrutta numerose abbreviazioni ed alcuni simboli linguistici che sarebbe superfluo riportare, possono essere riassunte come segue:

Karin = Io faccio (di solito)(Aoristo);

Káranye = Sto facendo, faccio (ora)(Presente continuativo);

Karuvan(ye) = Farò (Futuro);

Akárienye = Ho fatto (Perfetto);

Karnen = Facevo/Feci (Passato, a proposito del quale lo schema suggerisce che più tardi in Quenya

si sarebbe detto ‘káren’ al posto di ‘karnen’ per evitare il conflitto che tale

forma avrebbe potuto avere con l’aggettivo karne, ossia ‘rosso’);

Kare = Fare (Aoristo privo di desinenze e funzionante come un infinito nella nostra lingua);

Karie = Il fare (Nome verbale generale, anche noto come gerundio e funzionante come un infinito

sostantivato nella nostra lingua);

Karda = Fatto, cosa che avviene (Nome deverbativo passivo);

Karma = Utensile, strumento, mezzo (Nome deverbativo strumentale);

Karina = Fatto (Aggettivo verbale passivo, anche noto come participio passivo e che lo schema

suggerisce essere un tipo di aggettivo usato in senso attivo con i verbi intransitivi.

Es.: Qualina = Morto, che è morto);

Karila, káriéla (karnela), karuvaila = Facente, avente fatto/che ha fatto, che farà (Aggettivo verbale

attivo, anche noto come participio attivo, le forme riportate

del quale vengono altrove – nello stesso capitolo – dette

corrispondere ai tempi rispettivamente aoristo, perfetto e

futuro).

Rilevanti, sebbene di interpretazione abbastanza intuitiva, risultano poi le poche note a corredo dello schema: da esse infatti si traggono le forme finali (ossia definitive nella mente dell’autore) del participio attivo, originalmente uscenti in –lya ma corrette per non sovrapporsi morfologicamente alla desinenza possessiva –lya (dal signficato di “tuo”), sviluppata come tale fin dal periodo di pubblicazione de Il Signore degli Anelli.

Decisamente indicativo anche il fatto che proprio sotto lo schema in questione Tolkien abbia annotato la parola Sindarin míriel (con alcune varianti): pur non essendo glossata essa appare abbastanza chiaramente essere connessa a forme di participio Quenya come káriéla, ‘avente fatto’, e al tempo stesso del tutto simile alla parola già attestata tíriel, tradotta dall’autore come “avente osservato”.

Il fatto che Tolkien la abbia trascritta sotto ad uno schema contenente la forma Quenya del participio perfetto attivo è una chiara prova della connessione morfo-etimologica (da molti subodorata) in questo campo fra Quenya e Sindarin.

La “rivelazione” stessa dell’esistenza e della forma del participio perfetto attivo in Quenya segna una svolta epocale nello studio della lingua: la sezione sulla struttura verbale del Quendiano e

dell’Eldarin Comune ci svela infatti, parallelamente, che le lingue Elfiche del ramo Eldarin (di cui il Quenya è uno dei principali esponenti) possiedono i tempi piuccheperfetto e futuro perfetto (corrispondenti, ricordiamo, ai nostri trapassato prossimo o remoto e futuro anteriore) e che li formano abbinando al participio perfetto attivo o al semplice verbo coniugato al tempo perfetto particelle più o meno agglutinate derivate dal verbo essere.

Ciò non solo conferma che Tolkien in certo modo mantenne la concezione di participio perfetto che aveva all’epoca della redazione degli schemi grammaticali del Qenya, concezione che lo vede come “chiave dei tempi verbali complessi”, ma ci porta ad un soffio dall’ottenere una piena corrispondenza analogica, nel campo dell’espressione dei tempi verbali, fra il Quenya e lingue come l’Inglese o l’Italiano.

Siamo in altre parole ad un passo dal poter dire qual è l’equivalente Quenya di formule come “aveva letto” e “avrà letto”, che mai prima d’ora hanno trovato un corrispondente anche solo semantico all’interno del corpus linguistico attestato.

Come possiamo esserlo ?

Alla domanda fornisce una risposta, tutta da scoprire fra le righe, la grammatica di Eldarin Comune, parlandoci per esemplificazioni del participio perfetto di quelle lingue che hanno dato origine al Quenya.

Nel caso del verbo kare, corrispondente per forma e significato all’omonimo verbo Quenya (in cui significa “fare, creare”), il participio perfetto è karnelya (forma del tutto analoga alla variante del participio Quenya karnela).

Il tempo piuccheperfetto, ci viene spiegato, si ottiene aggiungendo a tale aggettivo la particella , che da sola porta il significato di “era, fu”, in quanto altro non è che il passato del verbo essere.

E così la forma finale karnelyane viene a significare “aveva fatto” (Ingl. “He/She was having made” e pertanto “He/She had made”).

Se un procedimento simile sia possibile anche in Quenya non è chiaro: di certo non sarebbe difficile, basandosi sulla corrispondenza fra l’Eldarin Comune karnelya ed il Quenya karnela giungere per inferenza ad una forma *karnelane, ma, senza bisogno di ricorrere a ragionamenti potenzialmente errati, è del tutto plausibile che in Quenya abbia senso usare participi come káriéla/karnela in accostamento perifrastico con il passato del verbo essere, che non a caso anche in Quenya è .

Né karnela”, in altre parole, potrebbe essere non solo una formula corretta e comprensibile, ma anche l’unica possibile per esprimere il concetto portato dalle parole “(egli/ella) aveva fatto” nella nostra lingua, e il fatto che Tolkien, pur avendo nel suo schema di coniugazione citato un participio perfetto attivo, non abbia citato forme di tempi composti in cui ad esso si agglutina il verbo essere, sembrerebbe proprio suggerire che quest’ultimo vada invece combinato con il participio in modo puramente perifrastico.

Simile eppur dissimile a quella del piuccheperfetto è la formazione nell’ambito dell’Eldarin Comune del tempo futuro perfetto: data la forma del tempo perfetto akárie, identico nell’aspetto e nel significato al perfetto Quenya del verbo kare, si aggiunge ad essa la particella va, che da sola (ma non così in Quenya) significa “sarà”, costituendo uno dei modi possibili di esprimere il futuro del verbo essere.

Il costrutto finale akáriéva significherà pertanto “avrà fatto”.

Esso appare del tutto compatibile con i modelli morfologici usati dal Quenya per esprimere i tempi (al contrario di forme come karnelyane), e tuttavia non possiamo sapere se l’Alto Elfico preferisca realizzare il concetto di futuro perfetto con un simile espediente morfologico o piuttosto mediante la formula perifrastica grammaticalmente corretta “nauva karnela”, anteponendo quindi al participio perfetto isolato il verbo essere coniugato al futuro (in questo caso riferito ad una terza persona generica, essendo privo di desinenze pronominali).

La grammatica di Eldarin Comune conferma comunque, fatto di notevole scalpore, che sia “né karnela” che “nauva karnela” sono formule che in Quenya possono venire utilizzate, dal momento che secondo i principi in essa illustrati nelle lingue Elfiche del ramo Eldarin un aggettivo verbale (o participio) può ricevere una copula indipendentemente dall’esistenza di tempi verbali che esprimano lo stesso concetto portato da tale abbinamento.

Per esempio, l’aggettivo verbale Eldarin karalya, ‘facente, che fa’, può essere accostato ad una copula addirittura implicita: se il soggetto della copula è ni, ossia “io”, basterà anteporlo a karalya per formare la frase “ni karalya” che significa “io sto facendo”.

Questo, a prescindere dal fatto che la forma più comune di dire “io sto facendo” sia káranye.

Quale che sia dunque la forma Quenya più comune per esprimere modi di dire come “aveva fatto” o “avrà fatto” abbiamo ormai la certezza che “né karnela” e “nauva karnela” siano formule accettabili per veicolare i rispettivi concetti che essi portano.

Allo stesso modo si potrebbe in Quenya dire “nas karnela” (letteralmente “egli/ella è avente fatto”)

e “akáries” (ossia “egli/ella ha fatto”)(la desinenza pronominale –s in nas e akáries rappresenta il soggetto di terza persona) significando la stessa cosa con entrambe le espressioni, laddove la scelta di una piuttosto che dell’altra implica un mero cambiamento di stile.

Non ci resta dunque, a questo punto, che sperare in ulteriori delucidazioni lasciateci dall’autore, forti della consapevolezza che questa volta basterà anche solo un singolo esempio annotato su un taccuino per permetterci di capire come il Quenya si comporta preferenzialmente nei sopraccitati casi.

Nel frattempo ci possiamo soffermare sulle risposte che l’ultimo numero di Parma Eldalamberon dà invece ad un’altra grande domanda: come esprime il Quenya, ammettendo che lo faccia, il modo condizionale ?

La grammatica di Eldarin Comune è in effetti molto illuminante in proposito, e anche molto esplicita: in essa Tolkien afferma che, in generale, le lingue del ramo Eldarin non esprimono il modo condizionale.

Ciò, si noti, non equivale a dire che non vi sia in esse un modo per intridere una qualsiasi frase di quell’accezione di incertezza che il nostro uso del condizionale veicola.

Solamente, questo non avviene mediante un modo verbale.

La sezione “Late Notes on Verb Structure” ci conferma pienamente questo principio, in quanto in essa Tolkien spiega come ciò avvenga invece principalmente mediante l’uso di particelle isolate anteposte al verbo per indicare la possibilità (o eventualità) dell’avvenire dell’azione che esso descrive.

Le particelle in questione sono quí (anche trascritto kwí) e (che già conoscevamo) e la seconda viene usata nel formulare ipotesi più “irreali”.

Es.: Kare mára kwí tyare naxa = Fare del bene può causare male (Ingl. “Doing good may cause

evil”);

Lá karitas alasaila nauva = Non farlo potrebbe essere/rivelarsi poco saggio (Ingl. “Not doing

this may be/prove unwise”).

La grammatica di Eldarin Comune è parimenti esplicita nel definire le modalità con cui nei linguaggi Eldarin è possibile esprimere quella che noi chiameremmo “proposizione condizionale” (ovvero una frase come “Se tu venissi, io verrei”).

La differenza fra una frase come “Se me lo chiede, io vengo” e “Se me lo chiedesse, io verrei” è in essi raramente espressa, ci viene spiegato.

Il maggior grado di irrealtà del secondo esempio viene in generale segnalato:

a) Dall’abbinamento alla parola “se” di una particella indicante supposizione (laddove in Quenya

tale particella è conosciuta come )

b) Volgendo al tempo futuro il primo dei due verbi presente nella proposizione (ovvero quello

preceduto dalla parola “se”, laddove esso si trova normalmente all’aoristo, mentre il secondo

verrebbe in ogni caso coniugato al futuro)

Tali principi non trovano conferma o negazione nella sezione “Late Notes on Verb Structure”, in cui le uniche informazioni definitive che ci vengono date sono relative alla parola “se” (usata presumibilmente in frasi analoghe a quelle sopraccitate): essa è in Quenya qui (senza l’accento) quando traduce la parola “quando” e può essere invero sostituita, nel discorso, da quest’ultima.

La variante enfatica quí o quíta, afferma Tolkien, viene utilizzata a fronte di ogni supposizione che si sappia essere non in accordo con la realtà.

Essa è quindi verosimilmente impiegata a formare frasi come “Se me lo chiedesse, io verrei”.

Gli appunti di Tolkien conterrebbero anche esempi in cui questa particella viene abbinata a per enfatizzare ulteriormente l’espressione di incertezza.

Es.: Quíta la tuldes… = Se egli non fosse venuto… (Ingl. “If he had not come…”)

Per qualche motivo, tuttavia, tutti i paragrafi in cui quí/quíta compare abbinato alla particella sono stati marcatamente depennati dall’autore, segno che probabilmente egli rifiutò questa possibilità.

Ciò, unito al fatto che la coniugazione verbale non possa esprimere nei linguaggi Eldarin il condizionale, lascia ben pensare che in Quenya la segnalazione dell’irrealtà in una proposizione condizionale come ad esempio “Se tu chiamassi, io verrei”, si basi interamente sulla particella impiegata per dire “se”.

Es.: Istalyë sa qui yalilyë tuluvanyë = Sai che se/quando tu chiami io vengo;

Qui yaluvalyë, tuluvanyë = Se/quando chiamerai, io verrò;

Quíta yaluvalyë, tuluvanyë = Se tu chiamassi (supponendo che tu lo faccia), io verrei.

Per quanto non massimamente trasparenti, le informazioni offerteci dal numero 22 di Parma Eldalamberon sono comunque destinate a lasciare un segno indelebile nel percorso di apprendimento di ogni studioso della lingua Quenya e un ricordo importante nel cuore di ogni appassionato: d’ora in avanti studiare e comprendere l’Alto Elfico sarà più facile e anche coloro che talvolta si dilettano nello scoprire come attraverso questo meraviglioso linguaggio verrebbe espresso ciò che essi dicono nel loro (sia esso l’Italiano, l’Inglese o qualunque altro) non dovranno più fare i conti con la sensazione di brancolare nel buio.

Esso invero sta lentamente cedendo il posto all’alba: la natura stessa dei documenti presentati in questo ultimo numero della stimata rivista promette l’arrivo di materiale inedito di pari importanza e che potrebbe rendere ancora più completo quanto essi ci hanno già rivelato.

Per la prima volta nel corso della lunga storia dello studio delle lingue elfiche possiamo dunque ben sperare e, nell’attesa, augurarci (facendolo ovviamente in Quenya !): Nai aurë tuluva ! (Possa il giorno arrivare !).

Simone Lapan, 26/08/2015


[1] Parma Eldalamberon XVII: Words, Phrases and Passages in The Lord of the Rings by J.R.R. Tolkien, Foreword.

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Traduzione dell’Intervista di Will Hodgkinson del Times a Enya (in occasione dell’uscita dell’album Dark Sky Island)

Enya: “Mi sono allontanata dalle cose che mi avrebbero reso più famosa”

Se pensiamo alle maggiori pop star della storia, una cantante della contea del Donegal con educazione classica ed i cui album eterei presentano un mix di Inglese, Gaelico, Giapponese, Elfico e Loxiano – quest’ultimo un linguaggio creato apposta per lei – non sarà la prima persona che ci viene in mente.

Di sicuro non penseremmo ad una donna che non si esibisce dal vivo, impiega tre anni ad incidere un disco e rifugge la celebrità in favore di una vita di reclusione e studio nel suo castello fuori Dublino (il cui nome, Manderley, è tratto da quello della casa in Rebecca).

Ad ogni modo, Enya – con più di 75 milioni di copie vendute dei suoi album, quattro Grammy e uno hit nel 1988, Orinoco Flow, divenuto sinonimo di misticismo gaelico sul mercato e di musica New Age contro lo stress – è la voce solista irlandese più di successo di sempre. E’ anche la più ricca musicista delle Isole Britanniche, con un patrimonio stimato di 90 milioni di dollari.

Siamo al Grand Hyatt Hotel di Berlino, un luogo vasto dall’aria giustamente aristocratica, sebbene un po’ zenista. Fra poche ore Enya – nata come Eithne Ní Bhraonáin, anglicizzato Enya Brennan – lancerà il suo ottavo album, Dark Sky Island, nel quale si attiene alla sua consueta formula di intricate armonie, archi, sintetizzatori e produzione musicale d’evasione.

La incontriamo in una delle suite più grandi insieme a Nicky e Roma Ryan, la coppia di coniugi con cui ha lavorato durante tutta la sua carriera. Nicky, un uomo alto con un completo blu fiammante e grandi baffi argentei, è un ex tecnico del suono e un tempo manager dei Clannad, la band New Age/folk-celtica composta da otto fra fratelli e sorelle di Enya e da due dei suoi zii. Si occupa della stratificazione di suono che conferisce alla voce di Enya il suo caratteristico aspetto ultraterreno.

Roma è una donna minuta e dai capelli corvini, autrice di tutti i testi delle canzoni di Enya, anche di quelli in Loxiano. Dopo essersi presentati brevemente scompaiono lasciando Enya – una cinquantaquattrenne d’aspetto giovanile e vaporoso avvolta in una veste attillata rossa e nera – ad accomodarsi con leggiadre movenze su una poltrona.

Le chiedo della sua giornata lavorativa tipo. “E’ molto simile a quella di un impiegato” dice. Onesta ed educata, parla con un soave accento borghese Irish. “Lascio il mio castello per andare nello studio, che si trova nei confini della proprietà di Nicky e Roma, e inizio a lavorare sulla melodia delle canzoni. Sono lenta a comporre.”

Lo si può ben dire: Dark Sky Island ha visto la luce dopo sette anni. Ci spiega come, una volta che la melodia di una canzone è pronta, Roma agirà di conseguenza lavorando sulle parole del testo. Nicky ed Enya lavoreranno quindi per mesi e mesi su quanto prodotto con la precisione di uno scultore, stratificando la sua voce fino a quando non raggiunga quell’armonia celestiale che si è dimostrata tanto rilassante nei centri di benessere di tutto il mondo.

“Potremmo registrare duecento voci per una sola canzone e cancellarle tutte se pensiamo che non vadano bene” dice. “Se non mi è venuto in mente niente di utilizzabile per una settimana o per un mese allora inizio a sentirmi in ansia, ma ogni giorno mi avvicino un po’ di più alla melodia che sto cercando”

“E’ una sensazione emozionante. Non penso ‘ora scriverò un pezzo su questo argomento’, lascio che si evolva naturalmente. Non so mai se sarà un brano strumentale, una canzone in Inglese, Gaelico, Latino, Loxiano…”
Viene fuori che il Loxiano è più che un semplice linguaggio, è una mitologia, basata sull’idea di una futuristica stirpe celtica che lascia la terra per raggiungere un pianeta vicino ad Aldebaran, una stella gigante sita a 65 anni luce di distanza nella costellazione del Toro.

“Tutto ciò risale all’epoca del Signore degli Anelli” dice Enya giustamente. “E’ un libro che ho letto da adolescente e che ho amato, e Roma ha scritto May It Be [canzone candidata all’Oscar per il film Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello, del 2001] in Elfico. Poi ci siamo messi a lavorare all’album successivo e non riuscivamo a trovare nessun linguaggio che vi si adattasse, così Roma ha suggerito di creare un linguaggio per ottenere con esso le calde sfumature di suono che io volevo.”

“Ha iniziato a metterci una storia come sfondo così che io sapessi di cosa stavo cantando, e Roma ha immaginato che i Celti divenissero i Loxiani. Nel nuovo album The Forge of Angels (n.d.t.: “La Fucina degli Angeli”, interpretabile altresì come “La fucina di/che crea angeli”) è il nome della loro astronave e i Loxian Gates sono ciò che circonda il pianeta. Questo avviene nel futuro, naturalmente, quindi non si sa veramente su quale pianeta finiranno.”

Certo ci si potrebbe aspettare questo tipo di cose da un teenager che vede nel dado dalle venti facce di Dungeons&Dragons il più alto scopo del genere umano, ma non invece da un milionario. Chiedo ad Enya se vede nella sua musica una componente di spiritualità. “La gente dice che sono una persona molto spirituale” conferma lei con il più lieve dei cenni.

Forse questa spiritualità ha avuto inizio con ciò che ha maggiormente e primariamente influenzato la vita di Enya: il collegio. Da sesta di nove figli (ha quattro fratelli e quattro sorelle), dice di aver dovuto cercare di andare d’accordo con tutti gli altri fino all’età di tredici anni, quando andò in un istituto gestito da dame inglesi (n.d.t.: ossia una particolare congregazione di suore) nella città di Milford della contea del Donegal. Sperimentò la libertà per la prima volta, contrariamente a qualsiasi cosa in fatto di libertà suggerisca l’immagine degli istituti irlandesi gestiti da suore.

“E’ stato meraviglioso venire da una famiglia dove nessuno ti chiedeva nulla perché le decisioni venivano prese al posto tuo. Al primo giorno ci hanno chiesto a chi sarebbe piaciuto studiare pianoforte, a chi sarebbe piaciuto far parte del coro e a chi sarebbe piaciuto studiare musica. Ho alzato la mano tre volte. Era come un sogno diventato realtà perché avevo voce in capitolo per la prima volta. Dopo allora ho realizzato di essere in grado di prendere le mie decisioni da sola.”

Enya aveva diciotto anni quando Nicky Ryan suggerì che si unisse ai Clannad, e quando Ryan lasciò il gruppo due anni più tardi prese Enya con sé. Dopo avere, per suggerimento di Roma Ryan, composto musica per il documentario The Celts girato dalla BBC nel 1986, Enya ebbe una grande svolta nel 1988, debuttando con il suo album Watermark e il suo singolo Orinoco Flow. Da lì iniziò il cammino in stile Enya verso il successo nel campo della New Age: nessuno show live, poca pubblicità, solamente lei e i Ryan nei loro castelli fuori Dublino, componendo musica insieme e in segreto per anni e anni.

“Sentii di poter scegliere di fare ciò che mi metteva più a mio agio, come all’epoca della mia autonomia in collegio” dice. “Così mi sono allontanata dalle cose che mi avrebbero reso più famosa. Non c’è bisogno di ricercare la fama per avere successo. Dopo Orinoco Flow ho realizzato che gli album ne avrebbero sofferto se fossi diventata più grande io della musica.”

Non uscire ubriachi dai nightclub o vendere foto del proprio soggiorno alla rivista Hello! è un conto, ma non fare mai concerti dal vivo è un modo abbastanza estremo, per una cantante, di evitare le insidie della fama. Enya afferma che ciò è dovuto alle circostanze quanto qualsiasi altra cosa, spiegando che la sua casa discografica non era inizialmente preparata a far fronte ai costi che sarebbero derivati dal mandarla in tour con un’orchestra ed un coro, unico modo in cui avrebbe potuto replicare fedelmente le sonorità degli album. Inoltre le copiose vendite di Watermark stavano a significare che il lento e laborioso processo di registrazione degli album sarebbe dovuto venire prima dei concerti.

“Sono stata su un palcoscenico quando avevo tre anni e mezzo di età, in uno spettacolo natalizio in Gaelico al teatro locale del Donegal” dichiara, come a voler suggerire che sia pura follia, da parte mia, pensare che il fatto che non abbia mai dato un concerto in tutti i trentuno anni della sua carriera da solista possa essere legato all’ansia da palcoscenico. “E’ stata una stupenda, magica scenografia. C’erano il Coniglietto Pasqualino, Babbo Natale, la Regina delle Nevi… e Cappuccetto Rosso”.
Era lei, domando io, Cappuccetto Rosso ?

Fissandomi con uno sguardo di pura intensità celtica, risponde in poco più che un sussurro: “Sì, ero io. E c’erano competizioni canore in Gaelico nel Donegal e nel Derry, e ognuno della nostra famiglia vi partecipava entrando nella categoria di età corrispondente e tornando a casa con delle medaglie. Mio papà ha girato in tour e cantato per tutta la vita. Mia mamma è un’insegnante di musica. Non c’è nulla di strano nello stare su un palcoscenico.”

Dopo un’ora con Enya non sembra che il mistero che la circonda sia in alcun modo diminuito. Il suo contegno, regale ma stranamente candido ed etereo, si intona allo stile ultraterreno della sua musica. E’ single e, per quanto ne so, non ha mai lasciato intendere in pubblico di essere legata a qualcuno. Le chiedo se abbia preso consapevolmente la decisione di non sposarsi o avere bambini per potersi concentrare sulla musica.

“Non mi sono mai posta il problema” risponde. “Se succedesse, bene. In caso contrario, la decisione sarà stata mia. Non ho mai pensato ‘o mio Dio, sono una donna, dovrei avere figli’.”
Ci svela di essersi presa una pausa dopo l’uscita di And Winter Came…, il suo album del 2008, spendendo un anno per acquistare una casa nel Sud della Francia e per arredarla, ma a parte questo ci offre pochi dettagli della sua vita privata. Tutto quello che abbiamo bisogno di sapere, spiega, è nella musica.

“Sono una persona molto riservata” dice, “ma sento di rivelare me stessa attraverso la musica. Vi si può cogliere il mio lato spirituale, ciò che ritengo importante. In tal senso sono aperta al pubblico.”

Può rivelarsi difficile, tuttavia, capire di cosa trattano le canzoni di qualcuno se sono cantate in Loxiano.
“Le persone adattano le canzoni alla storia delle proprie emozioni indipendentemente dal linguaggio in cui le canto” dice. “Parlavo ai fan di Tokyo e loro dicevano di sentire le emozioni contenute nella melodia. Le persone adattano la canzone alla propria storia.”

Quindi conclude – in maniera appropriata per una persona che canta in una lingua parlata solo in un castello in Irlanda e su un pianeta nella costellazione del Toro – “In tal senso, le canzoni sono davvero universali.”

Dark Sky Island sarà rilasciato dalla Warner il 20 Novembre.

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Aspects of Irish Folklore: The Importance of Storytelling

THE DEEP ROOTS OF THE “STORYTELLING TREE”

Among all mankind’s present habits and customs storytelling can certainly be regarded as one of those whose roots sink most deeply in our past than any other’s.
Down through the ages since history began with the invention of writing, no people in no time within living memory lacked the ability and the inclination of handing oral accounts down and, surprisingly enough, this was meant to support writing itself more often than being based on it.
Yet, depending on the context, function and genre of the story, the “activity” of telling is perceived in completely different ways all over the world: whereas a people’s chronicle will not fit the purpose of telling a story by the fire at night in the context of a large population, such as the English or the Italians, this will be the main topic of conversation, for example, in a small Indio tribe.
Conversely, whereas the Indios would never make everyday life subject of story, this is what the tales in other nations are all about.
Another fundamental aspect of storytelling is that different importance will be put on it depending on the role it plays in the community, which in turn depends on the community needs themselves and their cultural background. What varies is therefore not only the type of telling but also its degree of spread: in some places of our world people can tell you that “gather at night in front of a fire or in a public place exchanging stories” is not something set in their ways. At this point the question is: where is storytelling most popular ?
The answer is very simple.
If we look at this practice as a tree, we become easily aware that the more its roots are deep, the more this tree will bear fruits. In other words, the more storytelling is provided with a historical background in an area, the more the role it plays for its inhabitants will be prominent, and the more it will give to them in terms of both social and individual enrichment.
Thus, if on the one hand, generally speaking, the habit of “telling stories” is deep-rooted all over the planet, on the other hand the same habit survives in the community context, turning into a “social custom”, to an extent that changes with the changing of the nation.
At this juncture, a country like Ireland would have much to lose not valuing one of the practices it is best renowned for, but before establishing how important contemporary storytelling could be for the Irish people, let’s dive into its past.

BEHIND TODAY’S IRISH STORYTELLING

Where does the storytelling tradition come from ?
It is said that one of the main customs to give rise to it is likely to be nightly visiting, locally called “ar cuairt” (Irish for “on visit”). The fact that this practice was obviously not possible in the cities as much as in the countryside got in time people to associate storytelling mostly with a rural context, despite being now demonstrated that city dwellers are folklore-bearers no less than the peasantry or small town inhabitants. The role that this as simple as important behavioural aspect plays by storytelling is simply fundamental: “ar cuairt” is indeed regarded by folklore scholars as “the paramount form of social entertainment in most of Ireland until very recently” and the circumstance that more than any other provided the context both for telling traditional tales and for learning rules and ways of telling them. Chatting in front of a hearth, exchanging experiences of everyday life and telling handed down tales about fairies, leprechaun’s treasures or funny or curious events among people in town built up an important part of every person’s culture, knowledge of the world and value system.
Besides the downright tales, proverbs, riddles and even gossip that emerged in such occasions often contained a message, a moral or a piece of advice to be taken by the young people, so that they would always have acquired something by listening to them.
We can state that storytelling, throughout the time it remained popular and well-established as a custom, has been giving to the Irish in terms of cultural richness as much as the Irish have been giving to it in terms of life: a reciprocal benefit meant to carve the history of the Irish sociology for such a long time that we can consider it a symbiosis.
What would therefore happen if this symbiosis were destroyed ?
The most logical answer is that it would sooner or later turn out into an impoverishment for society.
Some of the advantages it gave in past times have however completely been replaced.
Indeed, another aspect of life at the time was that every kind of wanderers, pilgrims and hawkers used to traverse Ireland’s roads, stopping at each town to seek board and lodging for a night or buyers for their ware. This introduced to the circumstance of getting in touch with local people and provided the opportunity to exchange stories: another way to get to know news from outside.
Especially in winter, the time of the year in which the tradition of “ar cuairt” seems to have been confined most recently, these travellers were often welcomed in the night gatherings that took place and, in exchange for the lodging they would receive, they would entertain the family with every kind of tale: from the news they heard about social occurences and daily facts, to the stories they learnt in their home district or along the way, to songs, ballads and whatsoever.
This all lost its importance with the arrival of the television in the rural life and whereas prior its introduction people mainly relied on each other both to be entertained and to be informed of what happened in the world, now an entire society is running the risk not to appreciate company any more for the sake of a ready-made and easily achievable information: it’s enough to press a button and the magical screen will show you all the world !
Also the entertainment given by storytelling acquired some importance at the time in which people had to work much harder than they do today to earn their living: some people have been stressing the fact that when meeting all together for a job, such as the cutting of the wood or the reaping of the harvest, forms of oral interaction like gossiping and/or telling a story could be of help in overcoming the requested effort and, in some cases, even not feeling it at all.

THE IMPORTANCE OF MAINTAINING A TRADITION

As a projection of the past role storytelling had for the Irish people, could we then outline a present one for it ?
From the beginning of the 20th century the general interest for Irish folklore has become in most of the nation totally linked to the literary revival and to the Irish nationalist movement providing the first idea of what all its aspects, including storytelling, could turn useful for. It was the time of the early folklore collectors and writers who strongly emphasized a profound sense of cultural loss, parallel to the linguistic loss due to the gradual substitution of Irish with English. That led to the awareness of the need for the affirmation of cultural identity stressed since the first decades of the nineteen hundreds by the newly formed national government and subsequently by organizations like the Irish Folklore Commission (1935) and the Gaelic League (1983).
The division of Irish traditional narrative into a literary and a scholarly context became then clear-cut through the influence of scholars such as Douglas Hyde (founder of the Gaelic League), whose work was mostly imprinted on linguistic studies. He was deeply involved in the preservation of what he considered a vanishing tradition and his main concern was the issue of fidelity to the spoken Irish. Hence becomes discernible the fact that, as well as the linguistic loss contributed to weaken the storytelling tradition, the largest its rediscovery will be, the more the language itself will gain from it in its use. Since the time in which Hyde studied, the maintaining of traditions like this, main purpose of the early folklore collectors, has not been an end in itself: their intention was to preserve a legacy of the achievements of the old, truly Gaelic state of Ireland. What they eventually succeeded in demonstrating is that keeping alive certain customs and preserving them by “immortalizing” what risks to get lost is the most effective way to preserve the soul itself of Ireland, what gives it a collective culture and makes it a state and not a receptacle of the nations it is surrounded by. According to the Irish Folklore Commission there are several reasons to this “savage rite”: the small groups of people internal to the context of little communities are brought closer together again and this is a way to increase co-operation and achievements in society whereas instead the presence of a renewed belief in tradition will have positive effects on people from outside that will consequently be able to better identify the folk they are looking at.
This leads to one of the most important statements of the Irish Folklore Commission, concerning the whole folklore, including storytelling:
“The folklore of Ireland must be saved in its true and unadulterated form through engaging the assistance of the people of Ireland, for the people of Ireland and for the world.
Many traditions were and are rapidly dying. Unless they are collected and preserved they cannot be used and studied in the future.”
Narrowing the field again to storytelling we have singled out two main purposes of keeping its tradition alive on which to base ourselves in order to define its importance: continuing to convey the messages useful to society carrying out the role it played once to the extent consented by today’s society model and contributing in giving to Ireland its own identity, in other words: a soul and all the life that may come from it.

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Pulchritudo Primordiorum

PULCHRITUDO PRIMORDIORUM

 

 

Eo per terram meam in dulci amaritudine,

unde veniat ea quaero mecum diebus omnibus.

Eam aspicendo quod de antiqua magnitudine

nobis nunc pervenit intellexi rebus pluribus.

 

Multa per saecula non grave apud populos

quis ante nos vixit et quid primo fuit.

Longinquae voces circa deos et famulos

sed gloria praeteriti ut ab caelo pluit.

 

Sed quid esset amissumst in luce dierum.

Nemo nunc sciit cur cipitavit mundus,

omnem nos egentes occultatione rerum.

Nam in loco mansimus qui dici quit profundus.

 

Ita solus errans in plena solitudine,

ego me rogans super his cogitationibus,

fluit ad imaginem mea mens de pulchritudine:

Domus haec priusquam incultasset a hominibus.

 

Nihil aliud nisi nunc tanta solitudine

cor meum attingit in milibus nitoribus.

Ut vox est et fatur de rerum plenitudine,

de generibus oblitis et antiquis pastoribus.

 

Species magna meos ante stupefactos oculos

me circum apparet, velut alio mundo panditur.

Quod fuerat est ante me meosque similes,

enim sunt maiores id, sentio, de quo loquitur.

 

Vox suavis inquit ab tenebris aevorum:

“Aiya lin en Erundur, ma tiryal el atano ?”

Is visu mirabilis, dicit se missum deorum.

“Ave” inquam “Erundur, qui venit humano”

 

“Atanon utúlien nan ata i atanyassë,

an istel i anë i amarelva, mallo tulya”

“Nescio munus tale an acciperem fortasse,

homo modo sum et est me nulla peculia”

 

“Tanantalë nin yuva, yat’ amar cintuvalyë,

an sa ya sí lin quetuvan caltuva ya caryalyë”

Atque duxit me longe clamoribus bellorum,

ab omnibus viventibus, oblivio primordiorum.

 

Ibi lux aeterna facta est et non tumultus,

Ibi quies cum omnibus et erant omnia viva.

Arbores altissimae me circum, locus cultus.

Sol mirus super nos inter sidera aestiva.

 

Videntur aliena haec in nostri mundo,

caelum amplissimum, undique gloria.

Sic in audiendo transimus et dicundo,

et ex fata est in me huius terrae historia.

 

“Alcar unta nëa hanya nostalë terorien,

ilyë tello tulyar ar ilyë tenna metuvar.

Suyo né lestalyë sa lonya quana norien,

sá sérë se hiryal utuvurien elyë quetuvar.”

 

“Tíra ven tarya nostalë sin námassen,

tíra ven amar marilderyanen quilantya.

Ista ivyë natelië ten ivessë súleryassen,

ten ilminë hanya ven marë sina mantya.”

 

Postque magni populi tam visu sapidi

et oppida magna nos ante, viridia sed erant !

Caelorum in alto sculptae turres in lapidi.

Multae erant gentes quae ibi coluerant.

 

“Cur mihi hoc loqueris ?” inquam mirabundus.

“Ana hanya quetyalyes yannë lyë hilya”

respondet is mihi ut cogitabundus.

Huius terrae nam inquit esse nostra filia.

 

“Omnem putavi quod nullus fuisset

antiquis taliter et primis temporibus.

Quidum hi sunt, de quibus nemo dixisset ?”

Dixi per prata iens plena cum floribus.

 

“Valemen ilya yestanë amaressë,

vettar in cenyal nostalëo nár satë

ar ita quen teruva turien entessë

vanuvar tenen ar maruva lá natë”

 

Tunc demum fuit intellexerim naturam,

quod eam si sinimus augere gerit

res vero mirandae semperquest creaturam,

sed si labefacta nostri nemo viderit.

 

Novi quod igitur primis temporibus

ea non retentast et tulit miracula.

Nunc omnia perdidimus dominatoribus.

Hanc super terram nos sumus vel macula.

 

Quae novi redimus tumultis aevorum

postque relictus sum cogitans fata.

Meminero semper de re primordiorum

unica spe domo nostri damnata.

 

Mementote primordiorum pulchritudinem.

PULCHRITUDO PRIMORDIORUM: TRADUZIONE

LA BELLEZZA DEI TEMPI PRIMORDIALI

 

 

Vago attraverso questa mia terra con un dolce senso di amarezza

chiedendomi ogni attimo da dove proviene.

Osservandola, ho capito da molte cose

che essa ci viene da un’antica grandezza.

 

Per centinaia di anni non importò ai popoli

di chi prima di noi visse e di cosa fu prima di ogni cosa.

Furono echi distanti intorno a dei e a servitori divini

ma la gloria dei tempi che furono è come piovuta dal cielo.

 

Ma ciò di cui si trattasse è andato perduto nella luce dei giorni.

Nessuno ora sa perché il mondo è caduto,

sempre siamo nel bisogno poiché queste cose si nascondono da noi.

Siamo rimasti in un luogo che può dirsi l’inferno.

 

Così mentre da solo erro nella più completa solitudine,

mentre mi interrogo su questi pensieri,

la mia mente vola ad un’immagine di bellezza:

Questa terra come doveva essere prima che la abitassero gli uomini.

 

Ora null’altro esiste se non ciò che da una grande desolazione

è giunto al cuore mio sfavillando di mille bagliori.

Esso è come una voce e parla della perfezione delle cose,

di stirpi dimenticate e di antichi pastori.

 

Una grande visione appare tutt’intorno a me

davanti ai miei occhi pieni di stupore aprendosi come da un altro mondo.

Ed essa è ciò che fu, prima di me e dei miei simili,

invero percepisco che ciò di cui parla sono i nostri antenati.

 

Una voce soave parla dalle tenebre del tempo:

“Salute a te, sono Erundur, cosa vai tu guardando, o umano ?”

Egli è mirabile a vedersi, dice di essere un messaggero degli antichi dei.

“Salute” dico “Erundur, che vieni per un umano”

 

“Vengo per un umano ma anche per l’umanità,

perché sappia ciò che fu il nostro mondo, da dove esso viene”

“Non so se la sorte vuole che io accetti un tale dono,

sono solo un uomo e non ti verrà da me alcuna ricompensa”

 

“La ricompensa mi verrà, quando il mondo cambierete,

poiché ciò che vi dirò ora porterà luce alle vostre azioni”

E mi condusse lontano dai rumori delle guerre,

lontano da ogni uomo vivente, nell’oblio dei tempi antichi.

 

Ivi luce imperitura è stata creata e non c’è rumore,

ivi silenzio in ogni cosa e ogni cosa era viva.

Mi ritrovo circondato da alberi grandissimi, tutto in quel luogo è ben curato.

Uno strano sole è sopra di noi fra le stelle dell’estate.

 

Tutte queste cose sembrano estranee al nostro mondo,

un cielo vastissimo e ovunque di luce radianza.

Così le attraversiamo parlando e ascoltando,

e dall’elfo apprendo la storia di questa terra.

 

“Nessuna gloria può trascendere quella della natura,

da essa tutto viene e in essa tutto finirà.

Così se voi lascerete che cresca in ogni terra,

solo allora potrete dire di aver trovato la pace che cercate.”

 

“Osserva com’è grande la natura in questi luoghi,

osserva come il mondo offra vita ai suoi abitanti.

Sappi che ogni cosa è pura perché puro è il loro spirito,

per questo ognuno può fare di questo mondo la sua dimora.”

 

E poi grandi popoli alla vista sì virtuosi

e grandi città apparvero a noi: ma verdi esse erano !

Nell’alto dei cieli torri scolpite nella pietra.

Molte erano le genti che vi avevano abitato.

 

“Perché mi dici tutto questo ?” dico pieno di stupore.

“Perché tu possa dirlo a colui che verrà dopo di te”

mi risponde come assorto in profondi pensieri.

Egli dice infatti che la nostra terra avrà origine da questa.

 

“Ho sempre immaginato che nessuno fosse esistito

in tempi così antichi e primordiali.

Chi dunque sono costoro, di cui nessuno ha mai parlato?”

dissi vagando per prati pieni di fiori.

 

“Nel mondo tutto ebbe inizio con grandi potenze,

le genti che vedi sono parte della natura

e quando qualcuno in essa tenterà di dominare

essi con lei scompariranno e nulla più rimarrà”

 

Solo allora ho capito della natura,

che se noi la lasciamo crescere

essa portaci cose davvero meravigliose e sempre ne creerà di nuove,

ma se la distruggiamo nessuno di noi potrà averle viste.

 

Indi io seppi che in quei primi tempi

essa non era impedita e portò cose meravigliose.

Ora tutto abbiamo perso a causa di coloro che la dominano.

Siamo come una grande macchia su questa terra.

 

Tornammo quindi ai tumulti dei tempi che conosco

e poi l’elfo mi lasciò ancora pieno di pensieri.

Ricorderò sempre ciò che vidi e seppi dei tempi primordiali

la sola speranza che abbia la nostra terra condannata.

  

Ricordate la bellezza dei tempi primordiali.

Era un piccolo poema in Latino e Quenya (Alto Elfico) e avrebbe dovuto essere un canto, un’ode a ciò che è stato perduto.

Le sue sonorità sono a metà fra quelle della cantante Enya e lo stile di Carl Orff nei Carmina Burana, ho sempre immaginato quale sottofondo in diverse parti dei tamburi come quelli in “Pax deorum” di Enya.

Come si potrà forse dedurre dal testo, si tratta di un dialogo attraverso il tempo fra un uomo dell’antica Roma e un elfo di Valinor.

L’uomo si rende conto che il mondo verte nella direzione sbagliata, verso la rovina, già ai suoi tempi.

Egli si interroga sulla provenienza del suo mondo ma sarà solo la comparsa dell’elfo a permettergli di arrivare alla risposta.

Si instaura quindi un dialogo fra l’uomo e l’elfo, laddove ognuno dei due capisce il linguaggio dell’altro, fatto questo simbolico e che rappresenta il duplice legame fra elfo e uomo: L’elfo è l’uomo che sarà e l’uomo è l’elfo che fu.

Al contempo, laddove l’elfo vede nel futuro, l’uomo vede nel passato.

Questi due concetti li ho annotati qui perché difficilmente chi non mi conosce potrebbe arguirli dalle semplici parole del testo.

La traduzione italiana del testo rende il suo significato con efficacia parziale, è dunque consigliabile, per chi conosce il Latino, leggere almeno la parte latina del testo in lingua originale.

S.Lapan

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Sul lago di Veana

SUL LAGO DI VEANA

 

 

Bagliori di sponde…

 

Sul canto dell’onda che lieta a noi piega,

nel vetro danzante dell’acque, Veana !

Sul canto dell’onda il mio sangue dispiega

il rossore suo gravido d’aura piovana !

 

Respiri di fronde…

 

Un popolo infante che desto a noi guarda,

una voce di madre che muore nel vento,

ai confini del tempo fiorente vegliarda

la mano levò a proferir giuramento.

 

Svelasti la forza che in noi si nasconde…

 

Veana nóre, mador anúrien, illion énima, shanur atáne !

Veana, ae ahél oh veana morane !

 

Níye ! Níw el, níw el !

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Mediatori

MEDIATORI

 

 

Petali di lacrime: la rossa terra satura di pena lor bagnarono,

un canto s’innalzò dall’orizzonte, il buio trafiggendo, più in alto di ogni monte.

Esultanti nella luce, cinque stelle allor dall’eclissato mondo si levarono,

volando nell’immensità dell’aere del mattino di cui furon la fonte…

 

Madre, sorella, vegliando sul terrigeno degli anni nel fluire,

giovane radianza presentavasi quel giorno, dono al cuore di ogni uomo.

Qual di musica favella, quell’ode rinnovata fu nei secoli a venire:

ferve la speranza in ogni fine, ed un nuovo inizio annunciasi nel vasto blu del domo.

 

Corrono le strade come il tempo, serpeggiando fra disincantate valli:

chi la morte andò cercando ora cammina, ramingo di ponente sui sentieri;

calpesta del dolore le vestigia e già ridestavi di primavera i talli.

Dal mare dell’empireo sol calò, la tenebra fugò in miriadi d’esuli pensieri.

 

Schiudonsi le porte del destino ed ogni cosa verso l’imbrunire muove,

dell’albe la parabola discende ed i corni del giudizio s’apprestano al lor suono:

chi mai potrà lenire il grigio pianto che d’eco oscure intriso su noi piove ?

Chi mai rifulgerà di tale incanto, ad ambra acciò che tutto torni prono ?

 

Perdonsi dei viaggiatori l’orme paradisi disegnando in un inferno,

libransi parole nell’aurora e su quell’anime or affiorano sorrisi:

cesserà mai il loro errar fra suol di morte, e reame ch’è magione dell’eterno ?

“Verrà pace” disse un dì il signore bianco, “né senz’ombra luce al mondo io promisi”.

 

 

Mildir

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Eremita del crepuscolo

EREMITA DEL CREPUSCOLO

 

 

Eremita del crepuscolo, guardiano del tramonto sui sentieri della sera,

sotto un cielo iridescente nato sul morir di un’era

tu crescesti ed ora vaghi, solitario come il fato,

sia dell’ombre prigioniero, che del dolce lume ambrato

ch’accompagnati nel viaggio sorto da una primavera,

melanconico retaggio di quell’alba che lo sguardo tuo mirare ancora spera.

 

Le stagioni attraversando l’alma tua cantava piano,

sotto stelle congelate o sotto l’astro lor sovrano,

entro terre devastate in eco ultima di flora,

dalle genti calpestate il cui passaggio ancor accora:

ed in esse riparasti udendo quel richiamo arcano

ch’allorché perduto fosti qui condusseti per mano.

 

Senza padre eppur amato, sotto l’aurea volta sempre la tua via si dipanava,

mentre soffice l’effluvio di quel sì che fu l’inizio il cuore tuo ritraversava:

dalla notte separastiti qual esil filamento

di baglior che silenzioso esular vuol dal firmamento

alla ricerca del chiarore che speranza sussurrava,

dove muoiono le ore ed il tuo spirto dimorava.

 

In eterno fuoco e oro la tua terra tingeranno,

e d’inverno mite il coro delle nevi avvolgeranno,

mentre tu sarai seduto gli anni correre osservando,

in quel limbo imprigionato di cui lumi van cantando.

Quelle braci che al morir del dí nel mondo nasceranno,

e dall’oltre ad ogni uomo mille storie narreranno…

 

Narreranno in un sussurro di colui che solo siede,

contemplando ad occhi chiusi e non guardando ciò che vede,

narreranno del connubio fra crepuscolo e foschia,

di una danza senza fine fra l’amore e la follia,

nel reame ove ogni sogno ad un abbraccio si concede,

antica isola dispersa in cui nessuno più non crede.

 

E le strade che vi portano, oh mille e più sentieri !

Chi mai potrà calcarli per infrangere dal buio i tuoi più fervidi pensieri ?

Giungerà mai forse uomo a te nel rosso vesperale,

rimirando il lieve indaco di un etere irreale ?

Scoprirà le vie dormienti senza oggi e senza ieri,

ch’attraverso il tuo paese ancora portano a chi eri ?

 

Oh perché così remote le tue lande scure sono ?

Un cristallo incastonato fra il celeste e il nero trono,

triste dedalo incantato di memorie decadute,

acceso fulcro di leggende or troppi secoli taciute.

E di lor ognuna vaga per deserti senza suono

ed ogni or e allora incontrano il tuo sguardo ad esse prono…

 

Eremita verrà il giorno in cui tu non sarai più solo,

quando l’alba il mane inizierà e gli uccelli il loro volo,

quando bianca luce brillerà sul volto tuo piangente,

ed il mondo a te si schiuderà, la tenebra svanente,

ma dell’aldilà le lacrime cadranno ancora al suolo,

finché regnerà l’oscurità tu svolgerai il tuo ruolo…

 

 

Nell’universo c’è più di quanto si possa immaginare.

Alcuni punti di vista potrebbero andare oltre la vita in questo mondo nei giorni che conosciamo…

Questa poesia vuole offrire a chi la legge uno sguardo su una diversa dimensione, un “cristallo incastonato” fra due cieli diversi, un oasi remota di esistenze svanite dalla nostra realtà, relegate in una terra illuminata da uno struggente, eterno crepuscolo…

E l’alba non sorgerà finché il destino di ogni cosa non sarà deciso…

Alcune note ausiliarie per chi leggerà un testo come di consueto terribilmente criptico si rendono necessarie:

– “…in eco ultima di flora…” racchiude il significato di “dove ancora sopravvivono le ultime foreste”.

– “…l’effluvio di quel sì che fu l’inizio…” ovvero “la gioia di aver compiuto la decisione dalla quale tutto ebbe inizio”.

– “…il coro delle nevi…” ovvero “i fiocchi di neve che cadono in coro” laddove la caduta di ognuno di essi produce un canto svanente nell’aria, in quella terra così come in molti dei miei sogni…

– “…fra il celeste e il nero trono…” ossia “fra il regno dei cieli e quello degli inferi”

– “…bianca luce…” ossia “luce piena del giorno” contrapposta a quella tenue e soffusa del crepuscolo.

– “…cadranno ancora al suolo…” o in altre parole “pioveranno ancora sulla terra/il nostro pianeta”.

 

 

Mildir

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